Palamede

La storia di Palamede

Ulisse, il re di Itaca, quando vide giungere nella sua isola Agamennone, Menelao e lo stesso Palamede, che volevano indurlo a partire per la guerra di Troia, si finse pazzo, facendosi trovare mentre arava la spiaggia con il vomere trainato da un bue e da un asino e seminava manciate di sale.

Ma Palamede, intuendo l’inganno, strappò dalle braccia di Penelope il piccolo Telemaco e lo gettò di fronte all’aratro, costringendo Ulisse a fermare gli animali per non uccidere l’unico figlio, dimostrando così di non essere pazzo e di essere quindi in grado di partire per la guerra. Egli tuttavia non dimenticò mai che fu l’intuizione di quel giovane a costringerlo alla partenza e appena ne ebbe l’occasione si vendicò, ordendo un inganno che portò all’ingiusta condanna a morte di Palamede.

Una genesi movimentata

Il ritratto di questo eroe, caduto in disgrazia a causa delle calunnie di Ulisse, doveva offrire un soggetto particolarmente accattivante per Sommariva che, destituito dal potere politico detenuto fino agli inizi dell’Ottocento, volle così farsi credere vittima degli intrighi dei propri nemici.

Esposta nello studio romano di Canova nel 1805, la statua cadde a terra dopo un’inondazione del Tevere, per il cedimento del bilico su cui poggiava, rischiando di travolgere l’artista. Lesionata in diversi punti venne restaurata dallo stesso Canova tra il 1806 e il 1808. Il trasferimento nella villa di Tremezzo avvenne nel 1818; qui fu collocata nella stessa stanza in cui ancora oggi trova posto, con quinte di specchi per esaltarne l’assoluta perfezione formale.

“Con estremo rammarico del mio cuore deggio darle la trista notizia di uno strano incidente successo nel mio studio il dì 25 del mese cadente.”

Antonio Canova a Giovan Battista Sommariva, 28 Aprile 1805

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